Quando si verifica un lutto che colpisce un volto noto della televisione, ci si aspetterebbe forse un momento di pausa, un respiro umano in mezzo alla spietata routine dei palinsesti. Eppure, la realtà ci insegna che spesso lo show deve continuare, costi quel che costi. Recenti episodi del piccolo schermo italiano lo confermano: la macchina televisiva tende a non fermarsi nemmeno di fronte al dolore più profondo. Ma è giusto così?
I casi di Stefano De Martino, Andrea Delogu, Anita Mazzotta (e non solo) hanno riacceso una discussione annosa sul cosiddetto “Dio share” e sulla capacità (o incapacità) del mezzo televisivo di mettere l’umanità al primo posto. Vediamo cosa è successo e perché se ne sta parlando, chiedendoci fino a che punto gli ascolti debbano prevalere sul rispetto umano.
Il caso Stefano De Martino: Affari Tuoi in tv malgrado il lutto
L’episodio più recente che ha fatto discutere riguarda Stefano De Martino, conduttore di Affari Tuoi su Rai 1. Il 19 gennaio scorso il presentatore ha subito un grave lutto: la perdita del padre, Enrico De Martino, scomparso a soli 61 anni dopo una malattia. La notizia è diventata pubblica nel pomeriggio, poche ore prima dell’orario di messa in onda del suo programma. A quel punto molti tra gli addetti ai lavori e il pubblico affezionato si sono chiesti: che farà la Rai? Manderà comunque in onda la puntata prevista, pur sapendo che il volto del programma sta vivendo il giorno più difficile della sua vita? Oppure si prenderà una pausa in segno di rispetto, magari sostituendo la trasmissione con qualcos’altro?

La Rai ha scelto la prima strada. Quella sera Affari Tuoi è andato regolarmente in onda, presentato dallo stesso De Martino – sorridente e spensierato sullo schermo, dal momento che la puntata era stata registrata alcuni giorni prima. All’inizio della trasmissione è infatti comparsa soltanto una breve indicazione a video per chiarire che non si trattava di una diretta. Nessun altro riferimento al lutto, nessun segnale esplicito di partecipazione o vicinanza a quello che è a tutti gli effetti il pupillo di Viale Mazzini. Una soluzione minimale, neutra, che ha dato l’impressione di voler proseguire senza deviare dal copione abituale. In programma c’era Affari Tuoi e il prime time non si tocca: the show must go on. Ma come era prevedibile sui social si è subito accesa la polemica dove gli utenti non si sono trattenuti. Anche noi ci chiediamo: davvero non si poteva fare altrimenti?
Certo, la Rai aveva un episodio già confezionato e pronto per la messa in onda, rinviarlo avrebbe significato intervenire su una fascia cruciale della giornata televisiva. È plausibile che siano state valutate soprattutto le ricadute sugli ascolti e sugli equilibri della concorrenza. Ed è questo il busillisi (direbbe Montalbano): si è scelto di tutelare il pubblico o di difendere i numeri? I risultati Auditel hanno confermato la solidità del programma, ma il tema che è rimasto sul tavolo riguarda il costo simbolico di quella scelta.
La reazione del pubblico e le polemiche sui social
La decisione di Rai 1 ha suscitato reazioni contrastanti. Sui social network, come dicevamo, molti spettatori abituali hanno espresso disagio nel vedere il conduttore impegnato nel consueto intrattenimento televisivo, sapendo che nella realtà stava attraversando un lutto terribile. In diversi hanno parlato di una mancanza di sensibilità.
Ciò che ha colpito maggiormente è stata l’assenza di un qualunque elemento di contestualizzazione emotiva. Un banner asettico, freddo, non è quello che si aspettavano i telespettatori dalla rete ammiraglia in un momento come quello. L’informazione fornita al pubblico si è limitata a chiarire la natura non in diretta della puntata, senza aggiungere altro. Per molti è sembrato un approccio distante, che enfatizza lo scarto tra realtà e realtà televisiva. Le due cose sono molto distanti tra loro, lo sappiamo bene, ma il tatto, l’empatia, dovrebbero ancora far parte di questo mondo (e in alcuni casi è ancora così).
Confronti inevitabili: il lutto in tv di Andrea Delogu e Maria De Filippi

Il caso De Martino non è isolato e proprio il confronto con altre situazioni recenti ha alimentato ulteriormente la discussione. Quando Andrea Delogu ha perso il fratello Evan, la Rai ha scelto una strada diversa, sospendendo la trasmissione quotidiana della conduttrice e ballerina di Ballando con le Stelle – proprio in quei giorni – e permettendole di prendersi tutto il tempo necessario lontano dalle telecamere. In quel frangente, la priorità è sembrata essere la persona, più che il palinsesto.
Un precedente ancora più noto è quello che ha coinvolto Maria De Filippi dopo la morte di Maurizio Costanzo. Qui ci si sposta da casa Rai a Mediaset, ma la questione non cambia: il rispetto è rispetto ovunque. In quel caso Mediaset ha riorganizzato la programmazione, fermando per diversi giorni alcuni dei suoi programmi di punta. Una scelta che è stata letta come un gesto di vicinanza e che il pubblico ha accolto senza particolari contestazioni. Era semplicemente nell’ordine delle cose.

Di fronte a questi esempi, la domanda sorge spontanea: perché in alcuni casi la televisione decide di fermarsi e in altri no? Maria De Filippi e Andrea Delogu sono più importanti di Stefano De Martino? La morte ha dei livelli di importanza di cui non siamo a conoscenza? Non dovrebbe esistere una graduatoria implicita delle perdite, né una distinzione basata sul peso del programma coinvolto (e non servirebbe nemmeno dirlo). Eppure, osservando le scelte delle reti televisive, è difficile non notare come il valore strategico di una fascia oraria incida sulle decisioni finali.
I reality e il caso di Anita Mazzotta al Grande Fratello
Un discorso a parte riguarda i reality show, dove la dimensione privata entra da sempre nel racconto televisivo. Il caso di Anita Mazzotta al Grande Fratello ne è un esempio emblematico. Dopo la morte della madre, avvenuta mentre lei si trovava all’interno della Casa, la concorrente è stata temporaneamente allontanata dal gioco, con la possibilità di decidere in autonomia se rientrare o meno.

La sua scelta di tornare nella Casa ha trasformato il lutto in parte integrante della narrazione del programma tv. Un momento emotivamente molto forte, che ha diviso il pubblico tra chi ha apprezzato la delicatezza della gestione e chi ha sollevato dubbi sulla trasformazione del dolore in contenuto televisivo. In questi casi, il confine tra rispetto e spettacolarizzazione diventa particolarmente sottile. Ma in fondo è proprio l’anima di questi programmi a renderlo in qualche modo implicito.
Lo show deve continuare a tutti i costi?
Nel complesso, questi episodi mostrano una tensione irrisolta tra le esigenze dell’industria televisiva e la dimensione umana dei suoi protagonisti. Da un lato c’è la continuità del palinsesto, dall’altro la consapevolezza che dietro ogni volto c’è una persona reale, con fragilità e dolori che non possono essere azzerati. Non si tratta di pretendere una televisione che si paralizzi di fronte a ogni evento doloroso. Ma forse ci si può chiedere se non esistano soluzioni intermedie, capaci di riconoscere apertamente l’eccezionalità di certe situazioni senza ridurle a un dettaglio tecnico.
In definitiva, la televisione continuerà a fare il suo mestiere: intrattenere, informare, riempire il tempo. Ma il modo in cui sceglie di farlo, soprattutto nei momenti più delicati, contribuisce a definirne l’identità.

